Osservazioni sugli Stati Generali della Cultura e sullo stato della cultura in Regione

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Giovanni Cavaggion[1]

 

Giovedì 30 giugno e venerdì 1 luglio 2016 si è tenuto ad Alessandria il secondo appuntamento degli Stati Generali della Cultura, dopo che Cuneo aveva ospitato le prime due giornate di lavori quindici giorni prima. Gli Stati Generali della Cultura sono un’iniziativa realizzata dalla Regione Piemonte, e consistono in una serie di incontri sul territorio finalizzati a promuovere il confronto ed il dialogo con (e tra) gli stakeholders e gli attori della scena culturale regionale, cioè singoli operatori, istituzioni culturali e amministratori pubblici.

L’obiettivo dichiarato è quello di una progettazione ponderata e condivisa che, tenendo conto delle esigenze concrete della cultura, ponga le linee guida per le politiche in materia culturale per gli anni a venire. È tuttavia evidente come l’evento, vedendo la partecipazione di decine di attori con un’esperienza qualificata spesso ultradecennale, abbia altresì rappresentato una rara occasione di studio per fare il punto sullo stato attuale della cultura (oltre che sullo “stato dell’arte” del suo governo) in Piemonte e, in una certa misura, anche altrove, specialmente in Lombardia e Liguria.

Va premesso che, per ovvi motivi, gli Stati Generali non hanno affrontato questioni definitorie, e dunque cosa si debba intendere per “cultura”, “operatore culturale” o “attività culturale” non è stato oggetto del dibattito.

Il programma degli Stati generali ha visto invece nella prima giornata la suddivisione dei partecipanti in gruppi di lavoro, che si sono misurati con il dibattito su una serie di tematiche di attualità che strutturano il mondo delle istituzioni culturali: (1) “La governance del sistema culturale e la sua interazione con gli altri settori produttivi ed economici, il rapporto con l’Europa e con i diversi livelli amministrativi e le funzioni necessarie delle pubbliche amministrazioni”; (2) “Le professionalità culturali e le prospettive del lavoro nel mondo della conoscenza”; (3) “L’impresa culturale e la multi-settorialità, in rapporto con l’innovazione e l’applicazione delle nuove tecnologie alla creatività, la valorizzazione e fruizione dei beni culturali, dei luoghi e dei prodotti turistici”; (4) “Il rapporto con i pubblici e la partecipazione dei cittadini alle dinamiche della progettazione e della produzione culturale”.

La seconda giornata è stata dedicata alla restituzione ed illustrazione degli atti prodotti il giorno precedente, nonché alla discussione degli stessi. Il dibattito che ne è scaturito ha fornito alcuni interessanti spunti sui quali vale la pena formulare qualche breve riflessione.

(1) Per quanto riguarda la governance del sistema culturale, è emersa chiara la percezione della mancanza di un reale coordinamento delle cosiddette “attività culturali”, tra loro e con i beni culturali: il sistema culturale è percepito come ricco ancorché frammentato e dispersivo, come un sistema che andrebbe addirittura “censito”, attesa l’impossibilità degli operatori di riconoscersi vicendevolmente, e dunque di cooperare. Si è descritta una realtà poliedrica e quasi caleidoscopica di operatori non comunicanti tra loro (anche a causa delle loro ridotte dimensioni), con conseguente impossibilità di creare una vera e propria “rete”, seppur limitatamente alla dimensione regionale. Da questo punto di vista si può concludere che il malessere espresso dagli operatori sia in gran parte cagionato da un’inadeguatezza del livello sub-regionale (comunale e, forse, provinciale) a gestire coerentemente ed efficientemente il fenomeno culturale, e del resto negli atti viene più volte invocata l’assunzione di un ruolo di coordinamento ed armonizzazione da parte della stessa Regione che ha commissionato l’organizzazione degli Stati Generali.

Resta da capire come le criticità evidenziate dai lavori alessandrini si collegheranno con una delle questioni istituzionali più dibattute del momento, e cioè la soppressione delle Province e l’avvento di altri enti di area vasta. Se infatti da un lato la soppressione del livello di governo provinciale potrebbe incentivare l’assunzione di un ruolo di coordinamento più marcato da parte della Regione, come auspicato nel corso degli Stati Generali, dall’altro la rimozione delle Province dal quadro ordinamentale potrebbe far venire meno (soprattutto in caso di inerzia del legislatore regionale) anche quel poco coordinamento attualmente esistente, portando ad una polverizzazione delle iniziative culturali al livello comunale.

(2) Per quanto riguarda la questione della professionalità e del lavoro nel mondo della cultura, gli atti della prima giornata hanno restituito l’immagine di un profondo disagio dovuto al mancato riconoscimento dell’artista come vero e proprio professionista, venendo invece detta figura spesso ricondotta a quella di un mero hobbista. Sono stati invocati in questo senso interventi normativi in tema, ad esempio, di certificazioni professionali, contratti collettivi, “CAF delle attività culturali”, regolamentazione e limitazioni del ricorso al volontariato.

Sotto questo aspetto è possibile forse scorgere una larvata contraddizione in termini nello stato attuale della cultura, e specialmente della sua percezione tra gli operatori del settore. Durante i lavori si è infatti affermato che il ruolo della critica professionale, a partire da quella accademica, nel mondo dell’arte ha ormai un’influenza marginale, e che la critica per come essa è stata tradizionalmente concepita è ormai superata o, comunque, sofferente, come ad esempio nell’organizzazione delle forme di premiazione pubblica. Il mondo della cultura, in altre parole, sembra refrattario a qualsiasi tentativo di categorizzazione e valutazione d’ufficio, preferendo invece affidare la definizione di ciò che è o non è cultura e di chi è o non è produttore di cultura a un meccanismo per lo più (e in qualche modo necessariamente) autoreferenziale o di mercato.

Detto meccanismo autoreferenziale sembra tuttavia difficilmente compatibile con l’invocato intervento del legislatore in materia: la regolamentazione professionale del mondo della cultura presupporrebbe infatti, come del resto ogni intervento legislativo e finanziario, un minimo livello di sistemazione e categorizzazione. Sarà infatti necessario stabilire, ad esempio, chi può definirsi “artista” al fine di accedere agli specifici contratti riservati alla categoria, o cosa può definirsi “attività culturale” ai fini dell’organizzazione degli invocati “CAF delle attività culturali”. È dunque evidente che il mondo della cultura, nel momento in cui dovesse accettare di essere regolamentato, dovrebbe allo stesso tempo per forza di cose spogliarsi, almeno parzialmente, della propria autonomia ed indipendenza. Si tratterà dunque di individuare il giusto bilanciamento tra le esigenze degli operatori di vedere regolamentata la propria posizione sociale, con le tutele che ne derivano da un punto di vista legale, e la necessità di conservare il più elevato grado di indipendenza e libertà della cultura (come del resto è garantito dagli artt. 9 e 33 della Costituzione repubblicana).

Ulteriore criticità che è emersa dai lavori è stata la necessità di limitare il ricorso al volontariato: il volontariato della cultura deve infatti essere alternativamente professionale oppure limitato ad attività ausiliarie ed accessorie. Non è pensabile poter colmare il vuoto derivante dalla mancanza di fondi adeguati con il ricorso massiccio a soggetti privi di formazione professionalizzante o, peggio ancora, non retribuiti a fronte di un percorso formativo effettivo. Un rilancio della cultura non può certamente prescindere dalla mobilitazione delle risorse necessarie a coinvolgere nelle attività culturali soggetti che dispongano della preparazione adeguata per poter apportare un contributo reale e consapevole.

(3) Si è poi sottolineata, in tema di impresa culturale, la necessità di apposite politiche che favoriscano le sinergie tra imprese private e mondi della cultura: anche alla luce della scarsità delle risorse disponibili è necessario da un lato incentivare le imprese disposte ad investire in attività culturali, e dall’altro semplificare i procedimenti ai fini di rendere detta partecipazione il meno onerosa possibile (anche da un mero punto di vista temporale).

La questione sollevata dagli Stati Generali si attaglia sull’annosa questione dell’insostenibilità finanziaria della gestione pubblica delle attività culturali e soprattutto del patrimonio culturale nazionale. È quindi necessario pensare a forme di collaborazione tra pubblico e privato che possano garantire la reale valorizzazione del patrimonio culturale regionale e locale. Si pensi ad esempio a strumenti quali il “mecenatismo culturale” e la “sponsorizzazione” da parte dei privati del bene culturale, che presentano un indubbio potenziale. Un ulteriore approfondimento meriterebbe inoltre il regime fiscale delle forme di contribuzione per l’arte e la cultura (ora il c.d. art bonus), oltre alla compartecipazione alla spesa pubblica per la manutenzione e gestione dei beni culturali.

(4) I lavori sul tema del rapporto del mondo della cultura con il pubblico (o, come condivisibilmente si è scelto di dire, con “i pubblici”) hanno evidenziato come gli operatori del settore abbiano ben presenti due delle criticità maggiori con riferimento al ruolo della cultura nello Stato costituzionale contemporaneo.

Gli atti dei lavori hanno in particolare sottolineato, in primo luogo, come la cultura debba necessariamente assumere una funzione inclusiva, e quindi divenire motore di crescita ed allo stesso tempo di coesione sociale ed integrazione. L’accento è stato posto, più precisamente, sul ruolo della scuola, e sulle potenzialità della cultura come fattore per favorire il multiculturalismo e lavorare con le cosiddette “seconde generazioni” di migranti. Un nuovo modello di integrazione (anche alla luce dell’ormai evidente fallimento dei due modelli “storici” europei, quello inglese e quello francese), dovrà porre la cultura e la scuola al centro dell’attenzione.

La questione è di primario interesse, e l’attenzione che vi è stata dedicata durante gli Stati Generali è sicuramente di buon auspicio più in generale per una ridefinizione (ormai inevitabile e da tempo prospettata) del concetto di cultura nelle sue molteplici accezioni: non più cultura come beni culturali materiali quindi, e neppure (solo) cultura come conoscenza specializzata acquisita tramite un processo qualificato di apprendimento, ma piuttosto cultura come modello di comportamento che definisce l’identità stessa dell’individuo.

In secondo luogo, gli atti degli Stati Generali hanno avuto l’indubbio pregio di porre in rilievo il legame sempre più stretto che intercorre tra cultura e cittadinanza, legame che peraltro è attualmente al vaglio del legislatore, con la lenta (e auspicabile) transizione dai tradizionali modelli dello ius soli e dello ius sanguinis al nuovo modello dello ius culturae. Il legame tra cultura e cittadinanza presenta del resto almeno due facce: da un lato la cultura nella sua accezione identitaria, come elemento unificatore in grado di definire il nucleo di valori e principi identificanti e fondamentali in uno Stato multiculturale in cui un rischio oggettivo di deriva relativista è strutturalmente presente, e dall’altro la cultura come motore di integrazione, e dunque il ruolo della cultura nel forgiare una cittadinanza (oggi, ormai, necessariamente multiculturale) realmente inclusiva e condivisa, in grado di stemperare il cosiddetto “scontro di culture”.

Il tema del rapporto con il pubblico non può che collegarsi, infine, con quello dell’accessibilità del patrimonio culturale in particolare e della vita culturale in generale (diritto peraltro da tempo riconosciuto dal diritto internazionale convenzionale). La questione è peraltro di recente stata oggetto dell’attenzione del legislatore nazionale, che con il decreto legge n. 146/2015 ha incluso l’accesso ai beni culturali tra i servizi pubblici essenziali che non possono essere soppressi in virtù dell’esercizio del diritto di sciopero (ex art. 40 Cost.). L’accessibilità della vita culturale deve inoltre intendersi, come è stato sottolineato nel corso dell’evento alessandrino, in un’accezione più ampia, come attivo coinvolgimento dei gruppi più deboli (come ad esempio anziani o disabili) mediante apposite politiche ed iniziative.

In definitiva gli Stati Generali della Cultura ad Alessandria sono stati certamente una buona occasione di osservazione e di confronti, incentivando il dialogo sulle principali criticità attuali del mondo della cultura ed auspicabilmente gettando le basi per la creazione di quella “rete” la cui mancanza è avvertita in modo acutamente doloroso e consapevole dagli operatori del settore. Il maggiore pregio dell’iniziativa, tuttavia, è costituito forse proprio dall’incentivazione del confronto e da un dibattito propedeutico alla presa di consapevolezza di ciò che è necessario cambiare non solo all’esterno, ma altresì all’interno del mondo della cultura: non basta infatti semplicemente rendere percepibile il mondo della cultura, ma è necessario investire nella creazione di nuove idee e nella promozione della creatività ai fini di garantire la sostenibilità e la vitalità delle attività culturali per gli anni a venire.



[1] Dottorando di ricerca in Autonomie, servizi pubblici e diritti presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale.